Nota del Traduttore: Mentre facevo la traduzione mi chiedevo com’è
stato possibile ad Israele, un piccolo paese senza nessun peso economico
nel mondo (non so nemmeno a che posto si trova nella graduatoria dei
Prodotti Interni Lordi - PIL - dei vari paesi dell'Occidente),
ingannare tutto l'Occidente e farlo entrare così profondamente in
contraddizione con i suoi valori morali e politici proclamati. E' vero
che gli Stati Uniti hanno i loro interessi nella regione mediorientale.
Ma questo non spiega nulla. Una politica filo-araba e una patria ai
palestinesi, seppur piccola, servirebbero molto meglio gli interessi USA
nella regione. Allora perché gli Stati Uniti hanno affidato da 40 anni
la loro politica estera a rappresentanti della Lobby ebraica? Siccome
però sappiamo che il ministero degli esteri di qualsiasi paese non
riesce di solito a creare un grande consenso, dobbiamo per forza
chiamare in ballo i milioni d’ebrei sionisti nel mondo (intellettuali,
giornalisti, politici, cavalieri d'industria, gruppi di pressione, ecc.)
che lavorano incessantemente per affermare l'ideologia sionista e gli
interessi d’Israele. E ci riescono assai bene.
Uno dei più dubbi
stereotipi degli intellettuali, editorialisti e sapientoni che
sostengono l’interventismo umanitario è che i diritti umani, nei recenti
decenni, sono diventati per gli Stati Uniti e le altre potenze della
Nato molto più importanti di un tempo ed esercitano una grande influenza
nella loro politica estera. David Rieff scrive che i diritti umani
“sono diventati non un principio retorico soltanto, ma un principio
operativo in tutte le principali capitali occidentali”, e il suo
virtuoso compagno d’armi Michael Ignatieff sostiene che i nostri
accresciuti (superiori) «istinti morali» hanno rafforzato “la pretesa di
intervento quando il massacro e la deportazione diventano politica di
stato”.[1] Questa prospettiva è stata costruita in buona parte sulla
base dell’esperienza – e della sua scorretta interpretazione – degli
sviluppi durante lo smantellamento della Jugoslavia negli anni ’90
durante i quali la linea propagandistica è stata che la Nato era entrata
in ritardo e con riluttanza nel conflitto per fermare la pulizia etnica
e il genocidio perpetrato dai serbi, ma alla fine aveva avuto successo.
L’intervento aveva le sue radici, secondo il pretesto addotto,
nell’umanesimo di Blair-Clinton-Kohl-Schroeder, ed era sostenuto anzi
quasi imposto a questi dirigenti da giornalisti e protagonisti dei
diritti umani.
C’erano molti fatti che non quadravano con
queste spiegazioni e analisi della recente storia dei Balcani, uno tra i
più importanti, era che l’intervento della Nato non era avvenuto in
ritardo – era avvenuto invece piuttosto presto ed era stata la causa
principale della pulizia etnica successiva, infatti l’intervento Nato
aveva incoraggiato la divisione della Jugoslavia ma aveva lasciato senza
protezione ampie minoranze nelle repubbliche appena proclamate per cui
il conflitto etnico ne era risultato inevitabile; inoltre aveva sabotato
accordi di pace tra i nuovi stati negli anni 1992-1994 ed aveva fatto
sperare alle minoranze non-serbe un aiuto militare della Nato per
giungere a soluzioni definitive, aiuti che poi alla fine esse ottennero.
Le potenze della Nato giunsero a sostenere attivamente o passivamente
le pulizie etniche più radicali delle guerre balcaniche, e cioè quella
avvenuta nella regione della Krajina in Croazia e quella nel Kosovo
occupato dalla Nato a partire da giugno del 1999, a danno dei serbi.[2]
Altri problemi non si accordavano con la spiegazione che l’intervento
Nato nei Balcani avesse fondamenti ed effetti umanitari, ma è
altrettanto importante capire la selettività in questo centro di
interessi e le radici politiche di questa selettività. Gli interventisti
umanitari, per esempio, se ne stettero quasi completamente in silenzio
durante i massacri e le deportazioni compiuti in Timor Est
dall’Indonesia negli anni ‘90, lo stesso avvenne per i massacri e per il
rogo dei villaggi curdi da parte della Turchia, per le uccisioni e
l’enorme esodo di rifugiati in Colombia, e infine per il Congo dove
massacri su larga scala furono realizzati in buona parte da invasori
provenienti dal Ruanda e Uganda. Per qualche ragione l’«istinto morale»
dei politici umanitari non si occupò di questi casi, in cui gli
assassini erano alleati di questi politici ed ottennero armi, aiuti
militari e formazione da parte loro. Altrettanto interessante è il fatto
che l’istinto morale degli intellettuali e giornalisti interventisti
umanitari non riuscì a vincere l’attenzione interessata dei loro
dirigenti politici ma invece lavorò in parallelo con quelle
inclinazioni. Questo aiutò i loro dirigenti politici a colpire con
violenza ancora maggiore i malvagi che avevano preso di mira, in parte
stornando l’attenzione dai cattivi da sostenere e dai danni che essi
stavano infliggendo alle loro (implicitamente indegne) vittime.
Il caso straordinario di Israele
L’esempio più interessante e forse il più importante di «istinto
morale» abortito è quello che riguarda Israele, dove lo Stato è stato
impegnato, per decenni, in una sistematica politica di spoliazione e
pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania e Gerusalemme Est, non
solo senza una risposta significativa da parte del Mondo Libero, ma
anzi con inflessibile sostegno degli Stati Uniti e scatti di
approvazione e sostegno dei suoi alleati democratici. L’abilità dei
dirigenti politici occidentali, dei Media e degli intellettuali
umanitari di infiammarsi contro cattivi da perseguitare come Arafat,
Chavez o Milosevic, mentre trattavano con gentilezza personaggi come
Begin, Netanyahu e Sharon, considerati statisti meritevoli di aiuti
militari, diplomatici ed economici, costituisce un piccolo miracolo di
auto-inganno, di sfacciato uso di due pesi e due misure e di turpitudine
morale.
Ciò che fa di tutto questo un miracolo è che le
premesse così come pure le realizzazioni dello stato israeliano saltano
in faccia all’intera gamma dei valori illuministici che si presuppone
diano alla base della civiltà occidentale.
Prima di tutto si
tratta di uno stato razzista per la sua ideologia e le sue leggi. Si
proclama ufficialmente uno stato ebraico, il 90% della terra del paese è
riservata ai soli ebrei, i palestinesi sono stati esclusi dalla
possibilità di affittare o comprare terre possedute dallo Stato e
occupate nel 1948 e successivamente, e gli ebrei che vengono da fuori
hanno il diritto di immigrare in Israele e diventare cittadini con
privilegi superiori a quegli dei nativi non-ebrei. Questo genere di
ideologia e legge era considerato inaccettabile quando a praticarlo era
lo Stato di apartheid del Sud Africa, sebbene è interessante sapere che
Reagan era «impegnato costruttivamente» con quello Stato, Margaret
Thatcher lo trovava del tutto accettabile e le «operazioni
anti-terroristiche» del Sud Africa venivano integrate in quelle del
Mondo Libero.[3] Il trattamento degli ebrei in Germania da parte dei
Nazisti, anche prima dell’organizzazione dei campi della morte, veniva
ed è ancora considerato oltraggioso; il maltrattamento della popolazione
ebraica in Unione Sovietica portò addirittura ad una legislazione
punitiva da parte degli USA (la legge Jackson-Vanik, ancora in vigore).
Ma le leggi israeliane analoghe a quelle di Nurenberg e la costruzione
di uno Stato fondato sulla discriminazione razziale è accettato
dall’Occidente erede dell’Illuminismo. Il «popolo eletto» sostituisce la
«razza dominatrice» e ciò non solo viene accettato ma Israele è
addirittura considerato una democrazia modello e una «luce tra le
nazioni del mondo» (Anthony Lewis). Per implicazione, anche la creazione
da parte di Israele di un gruppo di esseri umani che sono cittadini di
seconda classe per legge (o di una classe ancora più in basso nei
territori occupati), legalmente e politicamente degli «Untermenschen»,
diventa accettabile. Questo è un singolare sistema di «razzismo
privilegiato».
In secondo luogo, allo Stato israeliano è stato
concesso di ignorare numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e
la Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti l’occupazione della
Cisgiordania, così pure la sentenza della Corte Internazionale di
Giustizia sul suo muro dell’apartheid il quale deruba i palestinesi di
una buona quantità della loro terra e acqua, demolisce migliaia di loro
case, abbatte molte migliaia di loro ulivi, distrugge le loro
infrastrutture e crea, in tutta la Cisgiordania occupata, una moderna
rete di strade per soli ebrei mentre impone seri ostacoli al movimento
dei palestinesi nei territori occupati.[4] Questa pulizia etnica
sistematica è stata realizzata da un esercito estremamente ben
addestrato e ben equipaggiato che opera contro una popolazione indigena
praticamente disarmata, per fare spazio a coloni ebrei e in violazione
della legalità internazionale riguardo al comportamento che una potenza
occupante è tenuta a rispettare. Questo è un sistema unico di «pulizia
etnica privilegiata», «violazione privilegiata della legalità» e
«eccezioni privilegiate alle decisioni del Consiglio di Sicurezza e
della Corte Internazionale».
In terzo luogo, Israele ha
attraversato periodicamente i suoi confini per far la guerra ai suoi
vicini – l’Egitto, la Siria, e il Libano – ha effettuato bombardamenti
supplementari o atti di terrorismo contro questi tre paesi e inoltre
anche contro la Tunisia, per molti anni ha mantenuto un esercito
terrorista per procura in Libano mentre conduceva numerosi raid
terroristici in quel paese con la sua politica del pugno di ferro,
infliggendo pesanti perdite civili.[5] Mentre si dichiarava che
l’invasione del Libano del 1982 avveniva in risposta di attacchi
terroristici, in realtà essa avvenne senza che ci fossero attacchi
terroristici (malgrado un certo numero di deliberate provocazioni
israeliane) e la paura di dover negoziare con i palestinesi piuttosto
che continuare con la pulizia etnica nei loro riguardi.[6] Naturalmente
non ci furono punizioni o sanzioni contro Israele per queste azioni, dal
momento che Israele beneficia del «privilegio del diritto
all’aggressione, al terrorismo di Stato, e sponsorizzazione del
terrorismo», che non è unico ma deriva dallo status del paese come
alleato degli Stati Uniti e Stato cliente.
In quarto luogo,
dato il diritto concesso a Israele di effettuare la pulizia etnica dei
palestinesi, di terrorizzarli in violazione delle risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza e la legalità internazionale, ne consegue che le
sue vittime non hanno diritto a resistere. Possono essere cacciate dalla
loro terra, le loro case possono essere demolite, gli ulivi sradicati, e
la gente uccisa dall’IDF [Israeli Defense Force, esercito israeliano,
NdT] o dalla violenza dei coloni, ma la resistenza armata da parte loro è
inaccettabile «terrorismo», da deplorare profondamente. Circa un
migliaio di palestinesi furono uccisi dagli israeliani durante la prima
fase non violenta di resistenza nella prima Intifada (1987-1992), ma la
loro resistenza passiva non ha avuto effetti sull’occupazione illegale,
la comunità internazionale non fece nulla per alleviare le loro
disgrazie, ed Israele aveva il tacito accordo con gli Stati Uniti che
esso sarebbe stato sostenuto nella violenta risposta all’Intifada fino a
quando la resistenza non fosse stata sconfitta. Il rapporto di
palestinesi assassinati in quegli anni rispetto agli israeliani era di
25 ad 1 o addirittura più alto, ma dato il diritto di terrorizzare
concesso ad Israele, erano ancora i palestinesi che venivano definiti
terroristi.
In quinto luogo, gli israeliani, essendo stato loro
concesso il diritto di non rispettare la Legalità Internazionale, di
terrorizzare i palestinesi e di effettuare la pulizia etnica contro di
loro, si sono sentiti liberi di eleggere alla testa del governo un uomo
responsabile di una serie di attacchi terroristici contro i civili e, a
Sabra e Chatila, di un massacro di un numero di civili palestinesi
stimato tra 800 e 3000. Ironicamente, il tribunale dell’Aia sulla
Jugoslavia ha sostenuto che l’intenzione di commettere genocidio può
essere dedotta da una singola azione tesa ad uccidere tutte le persone
di un determinato gruppo in una piccola regione, anche se quell’azione
non fa parte di un piano generale di sterminio dell’intera etnia ovunque
essa si trovi, e lo ha fatto citando la loro precedente decisione ed
inoltre una risoluzione dell’Assemblea dell’ONU del 1982 che definiva il
massacro di 800 / 3000 palestinesi a Sabra e Chatila «un atto di
genocidio». [7] Ma, naturalmente, quel tipo di sentenza del Tribunale fu
applicata soltanto per colpire i Serbi – non solo non fu applicata
dall’Occidente nei confronti di Sharon, ma nemmeno ebbe l’effetto di
impedirgli di diventare un onorato capo di governo.
In sesto
luogo, fu fatto in modo che quelle offensive parole («un atto di
genocidio», NdT) non si potessero applicare alle azioni degli
israeliani, proprio in virtù del diritto loro concesso di terrorizzare
ed effettuare la pulizia etnica. Furono invece applicate con grande
sfogo di indignazione alle operazione serbe in Kosovo, che altro non
erano se non manifestazioni di una guerra civile (aizzata da fuori) e
non lo furono nel caso israeliano in cui quello Stato è impegnato a
rimuovere e sostituire la popolazione indigena con un diverso gruppo
etnico. Non solo Israele è stato esentato dall’uso di quelle parole
perfettamente adatte al suo caso, ma ha anche ottenuto il beneficio del
privilegio di poter usare a suo vantaggio le parole «sicurezza» e
«violenza». I palestinesi possono essere di gran lunga meno al sicuro
degli israeliani e sottoposti ad un livello di violenza molto più alto e
durevole, ma ancora una volta sono i palestinesi che devono ridurre il
ricorso alla violenza e il problema è sempre come fare per rendere
Israele ancora più sicuro. La sicurezza palestinese non viene presa in
considerazione in Occidente, perché il fatto che siano delle vittime non
interessa nessuno e perché la loro insicurezza è il risultato del loro
rifiuto di accettare la pulizia etnica e della loro volontà di
resistenza. Essi sono «vittime indegne», a causa di una profonda
parzialità politica a loro sfavore.
Il processo di pulizia
etnica, che comporta terrorismo all’ingrosso, ed è la causa che ha
provocato in risposta un terrorismo al dettaglio da parte di
palestinesi, viene in realtà presentato (insieme al muro) non come un
programma deliberato per «redimere la terra» per il popolo eletto ma
come una necessaria «risposta legittima di Israele al terrorismo». [8] E
così i primi e principali terroristi se la passano liscia!
In
settimo luogo, Israele è l’unico Stato mediorientale che ha accumulato
uno stock di armi nucleari, e in questo è stato aiutato non solo dagli
Stati Uniti ma anche dalla Francia e dalla Norvegia.[9] Questo è
avvenuto malgrado i 39 anni di pulizia etnica, le continue e insuperate
violazioni delle richieste del Consiglio di Sicurezza e della Legalità
Internazionale, e le loro periodiche invasioni dei paesi confinanti.
Questo privilegio di aver diritto ad armi nucleari accompagnato
dall’esenzione dal rispetto della legislazione dell’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e del Trattato di
Non-Proliferazione (TNP) deriva dagli altri privilegi di cui sopra ed in
ultima analisi dalla protezione e copertura della potenza statunitense.
In ottavo luogo, il Mondo Libero è rimasto inorridito all’idea che
l’Iran possa mettersi in condizione di acquisire armi nucleari in un
prossimo futuro. L’Iran, naturalmente, è stato minacciato di
«cambiamento di regime», di bombardamenti ed altri attacchi sia dagli
Stati Uniti, sia da Israele, ma il comportamento dell’Iran si
contrappone al regime di privilegio secondo il quale solo Israele (e la
superpotenza che lo finanzia) hanno un problema di sicurezza ed il
diritto all’autodifesa; gli altri, come i palestinesi della
Cisgiordania, devono accettare una posizione di inferiorità, forte
insicurezza, la pulizia etnica e muri e politiche di apartheid. Altri
ancora, come l’Iran, devono vedersela con le minacce di attacchi e
sanzioni per essersi impegnati in azioni legali e forse per cercare di
dotarsi di mezzi nucleari di autodifesa, senza l’aiuto del Mondo Libero
che segue attivamente una politica di appeasement nei confronti degli
Stati Uniti e del suo cliente mediorientale. E così Israele non solo ha
un privilegio nucleare, è riuscito anche a fare in modo che il Mondo
Libero lo aiuti a monopolizzare quel privilegio nel Medio Oriente, il
che, naturalmente, gli dà ancora più ampia libertà di continuare la
pulizia etnica.
In nono luogo, Il Mondo Libero è stato
sconvolto dalla vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 26
gennaio 2006. Si ritiene diffusamente che questo può disturbare il
«processo di pace» e George Bush non è pronto a negoziare con un gruppo
che usa la «violenza»! La violenza, tuttavia, è la specialità di Bush e
degli Stati Uniti, con tre importanti aggressioni negli ultimi sette
anni ed un programma apertamente annunciato di dominio basato sulla
superiorità militare; in quanto alle operazioni di Israele in Palestina,
esse sono violente ben al di là di qualsiasi cosa siano riusciti a fare
in risposta i palestinesi, sebbene secondo la ridicola partigianeria
dell’Occidente l’«attentato suicida» è orripilante mentre le «uccisioni
mirate» non lo sono, (se invece i palestinesi avessero la capacità di
uccidere in modo mirato i dirigenti israeliani chi dubita che anche
questo non sarebbe orripilante?) Ma così come la parola «terrorismo» non
si può applicare alle azioni degli Stati Uniti e del suo cliente
israeliano, allo stesso modo non può essere fatto per l’offensiva parola
«violenza». Questi Stati si limitano a fare «ritorsioni» e usano la
violenza in modo riluttante per «autodifesa» e sempre con le migliori
intenzioni al servizio della loro «sicurezza» e dei loro fini umanitari -
e l’Occidente si beve tutto questo.
Hamas ha visto crescere la
sua popolarità perché Fatah e i suoi dirigenti non sono riusciti a
fermare il processo di pulizia etnica e si sono dimostrati incapaci di
fermare la progressiva miseria dei palestinesi, con Israele che non ha
dovuto far altro che calpestare i dirigenti di Fatah e far fallire
completamente il periodo in cui sono stati in carica. Hamas in verità
ricevette dei fondi da Israele anni fa, il quale perseguiva l’obiettivo
di dividere i palestinesi ed indebolire il partito laico di Fatah.
Israele riuscì in questo, ma ora che un gruppo islamico ha preso il
potere lo stato ebraico e il suo protettore troveranno un’altra ragione
per evitare di giungere a qualsiasi accordo finale negoziato con i
palestinesi, che hanno votato per un partito che non rifugge dalla
violenza come hanno fatto Sharon e Bush! Hamas si rifiuta anche di
disarmarsi ed insiste sul diritto di difendere il suo popolo contro
un’occupazione finalizzata ad una spietata pulizia etnica, ma in
Occidente questo è irragionevole dal momento che solo una parte ha il
diritto di armarsi, di auto-difendersi e di preoccuparsi per la propria
«sicurezza». Non c’è diritto alla resistenza in questo caso di avvizziti
istinti morali.
Il «processo di pace» è il supremo sviluppo
dell’assurdo Orwelliano; io così lo definii qualche anno fa, in un
dizionarietto del Doublespeak: E’ processo di pace “qualsiasi cosa il
governo americano si trovi a fare o sostenere in una regione di
conflitto in un determinato momento. Non è necessario che si concluda
con la cessazione del conflitto o che si sviluppi, nel breve o lungo
periodo, in durature operazioni di pacificazione.” Così il «processo di
pace» in Palestina, accettato fermamente o sostenuto attivamente dal
governo americano, è stato caratterizzato dall’intensificarsi della
pulizia etnica, la distruzione dell’infrastruttura palestinese, lo
stanziarsi di circa 450.000 coloni ebraici in Cisgiordania, la
costruzione di un muro di apartheid e l’impossessarsi da parte d’Israele
di gran parte di Gerusalemme Est – in altre parole: l’imposizione per
mezzo di terrorismo di Stato di «fatti sul terreno» sufficienti a
rendere impensabile qualsiasi tipo di efficiente Stato palestinese. Ma
per gli organi di propaganda del Mondo Libero, vi è stato un «processo
di pace» significativo in marcia, un processo che l’elezioni vinte da
Hamas potrebbero interrompere! [10]
Come possiamo spiegare l’abominio di questa ipocrisia?
Tutto questo è successo perché la dirigenza israeliana ha voluto
conquistare un Lebensraum per il popolo eletto, gli indigeni palestinesi
si sono opposti e si è dovuto cacciarli, gli israeliani sono stati in
grado di fare ciò grazie al decisivo aiuto militare e diplomatico degli
Stati Uniti. Questo processo si è alimentato da sé. Cioè, ogni eventuale
resistenza violenta dei palestinesi, insieme alla relativa debolezza e
vulnerabilità del popolo palestinese, ha esacerbato la base razzista del
progetto di pulizia etnica, facendo crescere la sua crudeltà nel corso
degli anni, sostenuta dalla scelta recente da parte degli israeliani di
un grande criminale di guerra alla guida del governo. Il sostegno e la
protezione americana di questo progetto sono stati decisivi, dal momento
che hanno impedito qualsiasi efficace risposta internazionale ad una
politica che viola i principi basilari della morale e della legge, che
qualora fosse condotta da uno Stato preso di mira porterebbe a
bombardamenti e processi per crimini di guerra.[11]
Il ruolo
degli Stati Uniti, e la neutralizzazione di qualsiasi «istinto morale»
negli stessi Stati Uniti, deriva in parte da considerazioni geopolitiche
e dal ruolo d’Israele come agente per procura, che fa rispettare gli
interessi americani, e in parte dall’abilità della lobby pro-israeliana e
del suo elettorato di base e dai sostenitori della destra cristiana di
intimorire i Media e la politica affinché sostengano tacitamente o
apertamente il progetto di pulizia etnica. Le tattiche della lobby
includono lo sfruttamento del senso di colpa, in riferimento
all’Olocausto, l’equazione che ogni critica alla pulizia etnica
israeliana equivale ad «antisemitismo» insieme a intimidazioni dirette e
tentativi di soffocare critiche e dibattito[12] - sforzi che si
intensificano quando il processo di pulizia etnica aumenta in malvagità.
Questi sforzi sono stati favoriti dai fatti dell’11 settembre e dalla
«guerra contro il terrore», che hanno contribuito a demonizzare gli
arabi ed a rendere la politica d’Israele parte di quella cosiddetta
guerra. La lobby ed i suoi rappresentanti nell’amministrazione Bush
sono stati gli entusiasti sostenitori dell’aggressione contro l’Iraq ed
ora lottano con forza per ottenere una guerra contro l’Iran – in realtà
la lobby è l’unico settore della società americana che chiede a gran
voce un confronto armato con l’Iran ed è già da tempo impegnata in una
grande campagna per convincere Bush ed il Congresso affinché gli Stati
Uniti prendano l’iniziativa. La guerra contro l’Iraq ha fornito
un’eccellente copertura ad Israele per l’intensificazione della pulizia
etnica in Palestina, ed un’altra guerra, malgrado i seri rischi che
comporta, potrebbe aiutare a compiere un’ulteriore balzo nella pulizia
etnica è forse anche il «trasferimento» di una popolazione che pone una
«minaccia demografica».
Il modo di comportarsi della «comunità
internazionale» di fronte al progetto di pulizia etnica è stato
vergognoso. Favorevolissimo ad una guerra ed al processo dei cosiddetti
cattivi nella ex-Jugoslavia, dove gli Stati Uniti si erano accontentati
di opporsi, selettivamente, alla pulizia etnica, l’Unione Europea, Kofi
Annan, la maggior parte delle ONG, e gli Stati arabi, si sono comportati
da vigliacchi quando si trattava di sanzionare Israele; il loro
«istinto morale» è stato paralizzato dall’attaccamento che gli Stati
Uniti hanno per Israele, dalla forza di Israele e della sua diaspora,
dallo sfruttamento del senso di colpa per l’Olocausto e, nell’UE, dal
pregiudizio razzista sopravvissuto al suo passato coloniale ed
esacerbato dalle ondate di propaganda che mettevano al primo posto gli
«attentati suicidi» e all’ultimo le uccisioni mirate, la massiccia,
illegale e brutale oppressione dei palestinesi, il furto della loro
terra.
La negazione dell’Olocausto è riprovevole, ma
nell’attuale contesto politico è confinata ad elementi marginali e non
ha un impatto reale, eccetto che fornisce forse un diversivo per coloro
che sono impegnati nella «negazione della pulizia etnica», la quale, per
quanto riguarda Israele, è un’operazione reale e diffusa tra le elite
occidentali ed ha serie conseguenze.
Conclusioni La
Palestina è un’area di crisi di suprema importanza, dove un popolo
praticamente indifeso è stato oppresso, umiliato, ridotto in miseria e
sottoposto ad un processo di dislocazione in favore di coloni protetti
da una mastodontica macchina militare, protetta e rifornita, volta a
volta, dagli Stati Uniti, con il tacito consenso, se non di più, del
resto del Mondo Libero. La grossa preoccupazione per il Mondo Libero ora
è la seguente: vorrà Hamas starsene buona e accettare la pulizia etnica
(ancora attivamente in opera) ed un eventuale status di bantustan,
nella migliore delle ipotesi? o metterà in pratica la sua minaccia di
resistere e si darà al «terrorismo»? Il potere ed il razzismo hanno
neutralizzato in Occidente l’«istinto morale» nei confronti di questo
caso molto importante.
La Palestina è effettivamente un caso
molto importante; in parte perché diversi milioni di palestinesi vengono
ridotti alla miseria in un tragico sistema di violenza a cui gli Stati
Uniti e la comunità internazionale potrebbero porre un termine molto
facilmente con un semplice «basta!» rivolto ad Israele, ponendo fine
agli aiuti e minacciando eventuali sanzioni. Ma nel Mondo Libero le
cause del problema non sono considerate l’occupazione e la pulizia
etnica, piuttosto invece la resistenza ai soprusi. Questa prospettiva è
stupida e immorale; è in realtà una giustificazione del sostegno
razzista e politicamente opportunista che l’Occidente dà al progetto di
pulizia etnica.
La situazione in Palestina è molto importante
anche perché centinaia di milioni di arabi e oltre un miliardo di
persone di fede islamica, e miliardi di altre persone, interpretano il
trattamento che l’Occidente riserva ai palestinesi come il riflesso di
un atteggiamento razzista e colonialista verso gli arabi, i musulmani e
più in generale i popoli del Terzo Mondo. E’ un magnifico congegno che
produce terrorismo anti-occidentale, ma anche, cosa più importante, un
congegno che produce profonda rabbia, odio e sfiducia verso l’Occidente e
la sua causa. E’ un cancro che fa presagire disgrazie per il futuro
della condizione umana.
NOTE: [1] David Rieff, A New Age of Liberal Imperialism?, World Policy Journal, estate 1999, Ignatieff è citato da Rieff.
[2] Vedi Susan Woodward, Balkan Tragedy, Brookings, 1995; Diana
Johnstone, Fools’ Crusade, Pluto and Monthly Review, 1999; David Owen,
Balkan Odyssey, Harcourt Brace, 1995; Leonard J Cohen, Serpent in the
Bosom: The Rise and Fall of Slobodan Milosevic,Westview, 2001.
[3]
L’integrazione dei servizi segreti occidentali e degli «esperti»,
inclusi quelli del Sud Africa dell’apartheid, è descritta nel libro di
Edward Herman e di Gerry O’Sullivan The Terrorism Industry, Pantheon,
1990.
[4] Per una buona illustrazione di questo processo di
spoliazione, brutalizzazione e immiserimento vedi Noam Chomsky, The
Fateful Triangle, South End, 1999, cap. 8; Kathleen Christison, The
Wound of Dispossession, Ocean Tree Book, 2003; Norman Finkelstein,
Beyond Chutzpah, University of California, 2005, Part 2; Michel
Warschawsky, Toward an Open Tomb, Monthly Review, 2004, Jeff Halper,
Despair: Israel’s Ultimate Weapon, Center for Policy Analysis on
Palestine, 28 marzo 2001, (
http://www.thejerusalemfund.org/carryover/pubs/20010328ib.html ); e Jeff Halper, The 94 Percent Solution: A Matrix of Control, Middle East Report, (
http://www.merip.org/mer/mer216/216_halper.html ), autunno 2000.
[5] Noam Chomsky, Pirates &Emperors, Claremont Research, 1986, Cap.
2; Noam Chomsky, The Fateful Triangle, South End, 1999, cap. 9.
[6]
Yehoshua Porath, un esperto israeliano del movimento nazionale
palestinese, ha scritto in Ha’aretz il 25 giugno del 1982 “Mi sembra che
la decisione del governo [di invadere il Libano] ... è la conseguenza
proprio del fatto che il cessate il fuoco è stato rispettato [dai
palestinesi]”. Per maggiori dettagli, vedi Noam Chomsky, The Fateful
Triangle, South End, 1999, p. 198-209.
[7] Nel giudizio richiesto dal Pubblico Accusatore Radislav Krstich del 2 agosto 2001 (IT-98-33-T),(
http://www.un.org/icty/krstic/TrialC1/judgement/index.htm ), Sezione G, «Genocidio» (
http://www.un.org/icty/krstic/TrialC1/judgement/krs-tj010802e-3.htm#IIIG
), approx. pars. 589-595, ed anche nota 1306, il Tribunale si richiamò a
una “Risoluzione del 1982 dell’Assemblea Generale dell’ONU che
l’assassinio di almeno 800 palestinesi nei campi profughi di Sabra e
Chatila quell’anno fu «un atto di genocidio».” La Risoluzione
dell’Assemblea Generale dell’ONU era denominata «La situazione in Medio
Oriente» (A/RES/37/123), Sezione D, 16 dicembre 1982 (
http://www.un.org.documents/ga/res/37/a37r123.htm ).
[8] Citazione di Gerald Steinberg, studioso della politica israeliana,
in Chris Mc Greal, Worlds Apart, Guardian, 6 febbraio 2006 (
http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,1703245,00.html
). Un recente articolo di Ha’aretz basato su un rapporto dei gruppi per
i diritti umani B’tselem e Bimkom afferma e dimostra che “la principale
considerazione per il tracciato di numerosi segmenti del muro è solo
l’espansione degli insediamenti” (
http://www.haaretz.com/hasen/spages/685938.html )
[9] In realtà anche dalla Gran Bretagna. Recentemente anche la Germania
ha contribuito ad armare ancora più pericolosamente Israele,
fornendogli sottomarini capaci di portare missili con testate nucleari
(ndt).
[10] Vedi Washington’s Peace Process, in Chomsky, The Fateful Triangle, capitolo 10.
[11] Slobodan Milosevic fu incriminato dal Tribunale sulla Yugoslavia,
il 22 maggio 1999, per responsabilità di dirigente, per la morte di 344
albanesi kosovari, quasi tutti uccisi in seguito all’inizio di una
guerra di bombardamenti da parte della NATO il 24 marzo 1999; Sharon,
invece, fu considerato, persino da una commissione israeliana,
responsabile del massacro di Sabra e Chatila, nel quale furono
massacrati più del doppio di palestinesi, per la maggior parte donne,
bambini ed anziani. Ma come abbiamo già notato in questo articolo,
Sharon è soggetto a sistemi diversi di giudizio e trattamento.
[12] Vedi Johan Wallach Scott, Middle East Studies Under Siege, The Link, gennaio-marzo 2006.
Dal numero di marzo 2006 di
Originale qui.
Tradotto dall'inglese da Manno Mauro e revisionato da Mary Rizzo,
membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica.
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fonte.http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=722&lg=it