domenica 30 marzo 2003

Bandiere perse

Bandiere perse
ALESSANDRO ROBECCHI
Interessante particolare politico-edilizio dell'attuale situazione italiana: i lettori di Libero hanno tutti le finestre che danno all'interno, sul cortile. Già, perché a sentire il giornale e il suo astuto direttore, decine di migliaia di bandiere a stelle e strisce sarebbero andate a ruba nelle edicole, ma trovarne una appesa alle finestre, visibile dalla strada, è un'impresa titanica. Divertente anche il lancio dell'iniziativa pro-Usa lanciata dallo stesso giornale: una grande manifestazione popolare che appoggi i B-52 e i missili Tomohawk. Prima un annuncio con la fanfara, poi un piccolo ridimensionamento. Poi un rinvio sine-die e un velo (a stelle e strisce?) di silenzio, tanto che persino Bruno Vespa, nella sua trasmissione a decollo verticale, ha dovuto comunicare a una delusissima Clarissa Burt che il suo «madrinato» era sospeso
Pazienza, ce ne faremo una ragione e faremo a meno della grande mobilitazione popolare a favore dell'ultima aggressione americana. Anche se, naturalmente, non è colpa dei tanti volenterosi ansiosi di diventare la cinquantunesima stellina sulla bandiera. Anzi, la colpa è dei comunisti, o meglio del «fascismo della pace», come lo chiama Valerio Riva su Il Giornale. Che, prima di infilarsi incautamente in un ripido toboga di ricostruzioni storiche, racconta un aneddoto degno dei fratelli De Rege. In breve: il papà compra la bandiera americana. Ma la bambina protesta: «Se metti la bandiera americana poi a scuola i miei compagni mi picchiano». Da qui, suppongo, il famoso «fascismo della pace» che attanaglia il Paese. I bimbi trasformati in talebani dalle maestre comuniste. Sono solo due casi minimi di cortocircuito mentale, che però rendono bene l'idea: se pensate che la situazione sia confusa a Bassora, sappiate che nella famosa maggioranza le cose vanno pure peggio. Basta guardare i catto-polisti, che ormai passano le loro giornate in eterno testacoda: siamo solidali ma non belligeranti, anzi belligeriamo solo un po', anzi vorremmo belligerare di più e anche un po' meno, a seconda delle convenienze del momento, dell'umore, del meteo o anche solo del dadaismo estemporaneo. Sparito Silvio, le truppe sono allo sbando e la casa delle libertà è costretta a rilasciare forti quantità di Giovanardi nell'ambiente, incurante degli effetti sulla popolazione civile. La popolazione civile, per fortuna, è civile e quindi se ne fotte, appende le sue bandiere per la pace per il semplice motivo che vorrebbe la pace, e lascia le guardie repubblicane del rais di Arcore a collezionare figure barbine.


C'è da capirli, soffrono le pene dell'inferno: dopo aver passato due anni a dire che loro sono maggioranza e quindi fanno quello che vogliono, si ritrovano a non esserlo più, e visibilmente, con tanto di drappi arcobaleno alle finestre che dicono: noi non ci stiamo. I simboli, Silvio lo sa bene da quando mischiò coppe di calcio e politica, hanno la loro importanza, per cui perdere cento a zero proprio nella battaglia dei simboli gli dispiace assai. Ma forse è solo un problema di comunicazione. Chissà, se i bombardieri mediatici, i Ferrara, i Feltri, i Teodori cambiassero bandiera, potrebbero avere più successo. Per esempio potrebbero convincere i loro lettori ad esporre alle finestre altre bandiere. Quella dell'Arabia Saudita, per esempio, che sostiene la guerra, ma in incognito, manco fosse una loggia massonica coperta. Oppure quella degli Emirati, o del Kuwait, un posto dove le donne non possono votare e c'è praticamente la schiavitù, ma che partecipa insieme a Silvio alla grande crociata per riportare la democrazia in Iraq. Forse avrebbero più successo, perché, si è capito, con la bandiera a stelle e strisce il giochetto non funziona. Per carità, sarà «il fascismo della pace», sarà la pressione indebita dei «sindacalisti dell'arcobaleno» (Massimo Teodori su Il Giornale), sarà il controllo politico delle maestre, tutte sosia di Saddam. Ma tant'è, almeno sui balconi degli italiani gli americani non passano.


da Il Manifesto on line

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