CESSATE IL FUOCO
sabato 12 aprile 2003
manifestazione nazionale a Roma
domenica 30 marzo 2003
Bandiere perse
Bandiere perse
ALESSANDRO ROBECCHI
Interessante particolare politico-edilizio dell'attuale situazione italiana: i lettori di Libero hanno tutti le finestre che danno all'interno, sul cortile. Già, perché a sentire il giornale e il suo astuto direttore, decine di migliaia di bandiere a stelle e strisce sarebbero andate a ruba nelle edicole, ma trovarne una appesa alle finestre, visibile dalla strada, è un'impresa titanica. Divertente anche il lancio dell'iniziativa pro-Usa lanciata dallo stesso giornale: una grande manifestazione popolare che appoggi i B-52 e i missili Tomohawk. Prima un annuncio con la fanfara, poi un piccolo ridimensionamento. Poi un rinvio sine-die e un velo (a stelle e strisce?) di silenzio, tanto che persino Bruno Vespa, nella sua trasmissione a decollo verticale, ha dovuto comunicare a una delusissima Clarissa Burt che il suo «madrinato» era sospeso
Pazienza, ce ne faremo una ragione e faremo a meno della grande mobilitazione popolare a favore dell'ultima aggressione americana. Anche se, naturalmente, non è colpa dei tanti volenterosi ansiosi di diventare la cinquantunesima stellina sulla bandiera. Anzi, la colpa è dei comunisti, o meglio del «fascismo della pace», come lo chiama Valerio Riva su Il Giornale. Che, prima di infilarsi incautamente in un ripido toboga di ricostruzioni storiche, racconta un aneddoto degno dei fratelli De Rege. In breve: il papà compra la bandiera americana. Ma la bambina protesta: «Se metti la bandiera americana poi a scuola i miei compagni mi picchiano». Da qui, suppongo, il famoso «fascismo della pace» che attanaglia il Paese. I bimbi trasformati in talebani dalle maestre comuniste. Sono solo due casi minimi di cortocircuito mentale, che però rendono bene l'idea: se pensate che la situazione sia confusa a Bassora, sappiate che nella famosa maggioranza le cose vanno pure peggio. Basta guardare i catto-polisti, che ormai passano le loro giornate in eterno testacoda: siamo solidali ma non belligeranti, anzi belligeriamo solo un po', anzi vorremmo belligerare di più e anche un po' meno, a seconda delle convenienze del momento, dell'umore, del meteo o anche solo del dadaismo estemporaneo. Sparito Silvio, le truppe sono allo sbando e la casa delle libertà è costretta a rilasciare forti quantità di Giovanardi nell'ambiente, incurante degli effetti sulla popolazione civile. La popolazione civile, per fortuna, è civile e quindi se ne fotte, appende le sue bandiere per la pace per il semplice motivo che vorrebbe la pace, e lascia le guardie repubblicane del rais di Arcore a collezionare figure barbine.
C'è da capirli, soffrono le pene dell'inferno: dopo aver passato due anni a dire che loro sono maggioranza e quindi fanno quello che vogliono, si ritrovano a non esserlo più, e visibilmente, con tanto di drappi arcobaleno alle finestre che dicono: noi non ci stiamo. I simboli, Silvio lo sa bene da quando mischiò coppe di calcio e politica, hanno la loro importanza, per cui perdere cento a zero proprio nella battaglia dei simboli gli dispiace assai. Ma forse è solo un problema di comunicazione. Chissà, se i bombardieri mediatici, i Ferrara, i Feltri, i Teodori cambiassero bandiera, potrebbero avere più successo. Per esempio potrebbero convincere i loro lettori ad esporre alle finestre altre bandiere. Quella dell'Arabia Saudita, per esempio, che sostiene la guerra, ma in incognito, manco fosse una loggia massonica coperta. Oppure quella degli Emirati, o del Kuwait, un posto dove le donne non possono votare e c'è praticamente la schiavitù, ma che partecipa insieme a Silvio alla grande crociata per riportare la democrazia in Iraq. Forse avrebbero più successo, perché, si è capito, con la bandiera a stelle e strisce il giochetto non funziona. Per carità, sarà «il fascismo della pace», sarà la pressione indebita dei «sindacalisti dell'arcobaleno» (Massimo Teodori su Il Giornale), sarà il controllo politico delle maestre, tutte sosia di Saddam. Ma tant'è, almeno sui balconi degli italiani gli americani non passano.
da Il Manifesto on line
by robdinz Sunday March 30, 2003 at 07:24 PM
Appello per la pace.
L’incontro con i colleghi della tv irachena e di altre testate giornalistiche si è svolto in un cinema in disuso nel pieno centro della città. Due piani sottoterra.
Il cinema, che certamente doveva aver vissuto tempi migliori, è sembrato subito un luogo accogliente perché i rumori dei bombardamenti arrivavano come attutiti. Poco più forti di lontani tuoni di un temporale.
Una decina di giornalisti iracheni e sei tra reporters indipendenti e fotografi,
chi seduto sul bordo del palcosecnico chi sparso lungo le prime due file di sedie.
Inglese, francese, arabo, gesti con le mani, schizzi sui block-notes , tutto andava bene per capirsi.
Intanto una precisazione di non poco conto da parte dei colleghi iracheni: non è vero che 4.000 “kamikaze”sono pronti al “martirio”come è stato rilanciato con clamore dalla stampa di tutto il mondo riprendendo le parole pronunciate dal vice ministro della difesa dell’Iraq.
Un altro è il significato di quella dichiarazione: 4.000 volontari di paesi arabi confinanti con l’Iraq sono entrati in territorio iracheno manifestando la loro volontà di unirsi all’esercito di Baghdad per combattere gli invasori anglo-americani.
I 4.000 volontari si sono detti disposti a combattere casa per casa e persino fuori dall’esercito regolare. Ma nessuno ha mai affermato che si tratti di “kamikaze” pronti a gettarsi imbottiti di tritolo contro i soldati invasori.
I colleghi sostengono che potrebbe persino trattarsi di errori di traduzione o di incomprensione della dichiarazione del vice ministro e portavoce dell’esercito.
Tuttavia, si domandano, come è possibile che tutta la stampa ed i network televisivi abbiano tradotto male?
Preso atto di questa dichiarazione, come dire, preliminare, dei colleghi iracheni, ma di fondamentale importanza per i colleghi europei, che hanno potuto così capire ufficialmente quale fosse un altro dei metodi di disinformazione attuati a discapito dell’opinione pubblica internazionale, i colleghi iracheni si sono dichiarati stupiti ed addolorati per la pressochè totale assenza di informazione e solidarietà internazionale sui ripetuti bombardamenti che hanno colpito la Iraqi Tv, lasciando a terra numerosi feriti tra giornalisti, tecnici ed impiegati. Lasciando senza lavoro (e senza luogo di lavoro) la stragrande maggiornaza di loro, costretti ora in pochi, con mezzi di fortuna ed in locali provvisori a volgere il proprio mestiere. E cercando di fatto di ridurre al silenzio l’informazione irachena.
Considerano poi pretestuosa (fino al ridicolo) la giustificazione addotta dagli Stati Maggiori anglo-americani sul fatto che i soldati iracheni prendessero ordini militari atraverso le trasmissioni di Iraqi Tv. Che sarebbe come a dire che decine di migliaia di uomini ed i loro comandanti, nei deserti dell’Iraq, ogni tanto si fermano e accendono la tv per aspettare ordini in codice. (Ripeto: in mezzo al deserto).
Lamentano, i colleghi iracheni, il silenzio sui bombardamenti che hanno colpito anche redazioni di giornali e tipografie. Causando numerosi feriti e la chiusura di alcuni organi di informazione.
Via mail era giunta ad un reporter indipendente, nella giornata di ieri, una dichiarazione della “International Federation of Journalists”(“Ifj”) che condannava e stigmatizzava i bombardamenti sulla tv irachena. Con un po’ di difficoltà questo breve documento è stato tradotto in una lingua comprensibile da tutti.
Ripreso in inglese e firmato da tutti i presenti all’incontro. Ora cercheranno di inviarlo alla “Ifj”.
Infine, in modo drammatico, i colleghi iracheni hanno rivolto un appello ai reporters indipendenti, e tramite loro alle:
Nazioni Unite
Agli organi d’informazione indipendenti di tutto il mondo
Alle Organizzazioni Umanitarie
All’Opinione Pubblica di tutti i paesi del mondo che si è schierata per la pace
Ai Governi che si sono dichiarati contro la guerra
Perché attraverso l’applicazione della “Convenzione di Ginevra” si ponga fine:
Ai bombardamenti che colpiscono gli organi d’informazione
Ai bombardamenti sui siti civili che ancora sono ingrado di fornire, anche se a non più del al 5% della popolazione civile ed agli ospedali di Baghdad, acqua ed energia elettrica.
Che i Governi di Washington e Londra vengano condannati dalle Nazioni Unite per violazione degli accordi della Convenzione di Ginevra i bombardamenti sulle scuole sull’università e sulla biblioteca nazionale
Che vengano sospesi immediatamente i bombardamenti sulla capitale che provocano
quasi esclusivamente feriti e vittime civili
Che si apra entro le prossime ore un canale umanitario gestito dall’Onu e dalle organizzazioni umanitarie, protetto delle bombe e dai missili, che consenta di poter rifornire di cibo e acqua la popolazione civile ridotta ormai allo stremo.
Che consenta l’arrivo di medicinali per contenere le infezioni, medicinali salva-vita e attrezzature sanitarie indispensabili.
Che si consenta a quanti vogliano lasciare il paese di poterlo fare in sicurezza ed essere accolti in campi profughi dignitosi.
Che si ponga fine ai bombardamenti su tutto il territorio dell’Iraq per poter soccorrere la popolazione civile ormai completamente priva da giorni, in moltissime regioni del paese, di cibo, acqua, energia elettrica e medicinali.
Che si organizzi subito una solidarietà internazionale, ad ogni livello e sotto ogni forma, per evitare il genocidio di una intera popolazione di uomini, donne e bambini già impoveriti e provati da 12 anni di durissimo embargo economico.
Che si ponga fine ad una guerra ingiusta ed illegale di aggressione imperialista contro l’Iraq ed il suo popolo.
I reporters indipendenti hanno preso atto del documento dei colleghi iracheni condividendone lo spirito e la sostanza. E hanno dichiarato che faranno quanto nelle loro possibilità e quanto nelle loro capacità per far giungere questa drammatica testimonianza fuori dall’Iraq.
E si sono detti sicuri, mentre abbracciavano i colleghi nel lasciare la riunone nel cinema, che nessuna disinformazione nessuna censura, nessuna incomprensione di traduzione potrà fermare questo appello.
Fuori dal cinema è già buio. I fragori delle bombe e dei missili sono tornati assordanti. Per alcuni c’è molta strada da fare, a piedi, quasi di corsa, seguendo e ricordando le indicazioni fornite dai bambini di Baghdad. Stasera non si starà insieme, quasi tutti divisi perché ciascuno deve avere davanti un telefono per provare e riprovare a prendere quella benedetta linea per un messaggio, una mail. Per rilanciare il prima possibile a più persone possibile l’appello dei colleghi iracheni.
Che la notte sia leggera.
r.